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L’illusione della guerra ad oltranza

Il vicolo cieco dell’Europa tra il “nodo Istanbul”, lo stallo di Kiev e il terremoto tedesco

Cav. Natale Ventrella – Analista Geoeconomico

Prima di addentrarmi nell’analisi politica e geopolitica, desidero chiarire una posizione fondamentale: fermo restando il doveroso e totale rifiuto di ogni forma di aggressione armata, condanno apertamente e senza riserve la guerra scatenata dal Cremlino e le atrocità compiute dalla Russia contro la popolazione civile ucraina. Ciò che segue non è una giustificazione dell’invasione, ma una riflessione critica sulla gestione strategica, diplomatica ed economica condotta dalle istituzioni europee.

Per comprendere la genesi della crisi e la complessa stratificazione del conflitto, occorre riavvolgere il nastro al 2014. A seguito degli eventi di Maidan e della reazione armata delle milizie separatiste filorusse nell’est del Paese, la regione del Donbass è diventata il teatro di una spietata guerra civile e d’attrito. Uno scontro che, secondo i monitoraggi ufficiali dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR), ha causato tra il 2014 e il 2021 oltre 14.000 vittime complessive (tra combattenti di entrambi i schieramenti e circa 3.400 civili). Anni di scontri, violazioni dei diritti umani e bombardamenti sui centri abitati che hanno insanguinato il territorio ben prima della grande invasione del 2022.

In quel contesto, la via diplomatica fu affidata agli Accordi di Minsk (Minsk I e Minsk II), pensati per garantire il ripristino della sovranità statale attraverso il disarmo delle milizie, la restituzione dei confini a Kiev e la contestuale concessione di uno status di autonomia speciale e tutela linguistica per le regioni di Donetsk e Luhansk. Tuttavia, il meccanismo negoziale fu progressivamente vanificato dal mancato rispetto degli impegni, le esitazioni di Kiev e la classe politica ucraina ha infatti opposto una rigida resistenza all’attuazione delle riforme costituzionali sullo status speciale, temendo che l’autonomia del Donbass si traducesse in un veto perenne sulle scelte di politica estera del Paese. Le violazioni delle milizie e di Mosca, la parte russa e le forze separatiste non hanno mai garantito il definitivo cessate il fuoco, mantenendo sul terreno supporto logistico, armamenti pesanti e presidi militari. Il sostanziale svuotamento delle intese di Minsk ha finito così per far naufragare la diplomazia preventiva, ponendo le premesse per l’esplosione bellica del 2022.

L’escalation risente inoltre del ruolo svolto dall’Alleanza Atlantica negli ultimi decenni. La progressiva espansione verso est e la formale apertura all’ingresso dell’Ucraina (sancita già al vertice di Bucarest del 2008) sono state lette dalla critica geopolitica come una linea d’azione priva di flessibilità strategica. Da più parti la NATO viene descritta come una struttura ormai anacronistica, rimasta ancorata alle logiche di blocco della Guerra Fredda pur essendone venuti meno i presupposti storici dopo il 1991. Emblematica in questo senso fu la posizione espressa da Papa Francesco, che in un’intervista al Corriere della Sera evidenziò le concause geopolitiche dell’escalation usando un’immagine diretta: “Forse l’abbaiare della NATO alle porte della Russia ha spinto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. Un’ira che non so dire se sia stata provocata, ma facilitata forse sì.”

Una riflessione a parte merita la dimensione storica di lungo periodo. La storia ci insegna la realtà, la Russia è stata a più riprese oggetto di invasioni e tentativi di contenimento sin dall’epoca napoleonica. Tale dinamica trova una chiave di lettura fondamentale nella celebre “Teoria dell’Heartland” (o del “cuore della terra”), formulata dal geografo britannico Halford Mackinder nel 1904, secondo cui il controllo del perno eurasiatico rappresenta la chiave per la supremazia globale. In quest’ottica – che affonda le sue radici nella secolare tradizione del grande gioco geoeconomico anglo-sassone, la Russia rischia di essere trattata alla stregua di una scacchiera di Risiko, un immenso serbatoio di risorse da contenere, frammentare e sfruttare, riducendo i sistemi produttivi locali a mera subalternità finanziaria e lasciando le popolazioni sul terreno a pagare il prezzo più alto delle ambizioni egemoniche altrui. 

In questo quadro si innesta la lezione senza tempo di Tucidide nel celebre Dialogo dei Melii e degli Ateniesi, dove lo storico greco formalizzava il principio della cruda legge di potenza: “Nelle discussioni tra uomini la giustizia conta solo quando la forza di ciascuno è in equilibrio; altrimenti, i forti fanno quello che possono e i deboli subiscono quello che devono.”

Invece di accogliere questo realismo geopolitico — secondo cui, in assenza di un accordo, è la parte più debole a subire i danni maggiori — si è continuato a sostenere la linea del presidente Volodymyr Zelensky, incentrata sulla promessa di una “vittoria totale” sul campo.

Questa impostazione, incoraggiata dai vertici alleati, si scontra oggi con la realtà di una popolazione provata e rischia di compromettere le prospettive di pace e la tenuta sociale del Paese.

Sebbene da un lato queste iniziative siano state ufficialmente presentate come un supporto allo sviluppo democratico, alla trasparenza e all’anticorruzione, la presenza pervasiva di questi capitali privati ha generato profonde controversie geopolitiche. I critici della penetrazione occidentale sottolineano come il sostegno economico e logistico fornito da queste grandi fondazioni abbia contribuito a preparare il terreno sociopolitico per le proteste di Maidan nel 2014, favorendo lo sganciamento definitivo di Kiev dall’orbita di influenza di Mosca.

Secondo la narrazione del Cremlino e di diversi settori sovranisti europei, l’operato dei grandi miliardari-filantropi rappresenta l’esempio emblematico di come enormi capitali privati e lobby transnazionali non elette intervengano direttamente nelle dinamiche interne degli Stati sovrani, orientandone le scelte di politica estera e spingendoli verso una contrapposizione frontale con la Russia. L’attività finanziaria di questi circoli d’élite nell’Europa orientale incarna così, nell’analisi dei critici del modello atlantista, il volto “soft power” di una strategia volta a rimodellare gli equilibri geopolitici regionali a beneficio di precisi interessi d’oltreoceano.

A completamento dell’analisi, merita una riflessione specifica il ruolo della leadership politica di Kiev e il suo rapporto strategico con l’amministrazione statunitense alla vigilia dell’escalation. Da una prospettiva geoeconomica e critica, l’orientamento fortemente filo-atlantista dell’amministrazione Biden e la costante apertura all’ingresso dell’Ucraina nella NATO hanno incoraggiato la leadership di Volodymyr Zelensky a mantenere una postura intransigente di fronte alle richieste di neutralità di Mosca. L’assistenza militare e il sostegno politico forniti dagli Stati Uniti — intensificatisi nell’anno precedente l’invasione — sono stati percepiti dal Cremlino come una provocazione diretta e un punto di non ritorno per gli equilibri di sicurezza regionali. Il rigido rifiuto di concedere lo status di neutralità e la successiva interruzione dei negoziati di pace avviati a Istanbul nell’aprile 2022 testimoniano l’impatto decisivo esercitato dalle influenze d’oltreoceano, che hanno spinto il Paese verso un conflitto ad oltranza sul campo anziché verso la ricerca di un compromesso diplomatico.

Per approfondire direttamente le posizioni e i documenti sul sostegno strategico e militare fornito da Washington a Kiev prima del conflitto, è possibile visionare la dichiarazione sul sostegno USA all’Ucraina nel 2021.

Nata originariamente come progetto di cooperazione economica e di pace per scongiurare i drammi del passato, l’Unione Europea ha subito negli ultimi anni una vera e propria trasmutazione. Ogni volta che il continente viene coinvolto in una crisi geopolitica tra i due Stati, le sue istituzioni sembrano orientarsi verso una logica di scontro e frammentazione anziché di mediazione.

Questo orientamento evidenzia la forte influenza esercitata da gruppi di pressione internazionali e circuiti economico-industriali, i quali incoraggiano i governi europei a sostenere gli investimenti nella difesa e a prolungare l’impegno nei teatri di crisi. L’impostazione impressa ai vertici comunitari da una governance centralizzata ha favorito tale tendenza.

L’Unione ha così progressivamente smarrito la propria originaria spinta diplomatica, finendo per adeguarsi alle dinamiche di scontro, con conseguenti ripercussioni negative sulla stabilità economica interna, sul potere d’acquisto dei cittadini e sul peso politico del continente a livello globale.

Mentre i leader politici europei continuano a sbandierare una linea di fermezza militare, le analisi strategiche e le rivelazioni dell’intelligence difensiva tracciano un quadro drammaticamente diverso. Recenti rapporti strategici della Difesa emersi nei consessi di sicurezza europei confermano come l’Europa e la NATO non sarebbero in grado di sostenere un conflitto bellico prolungato o una guerra d’attrito diretta contro la Russia.

Decenni di esternalizzazione della difesa agli Stati Uniti hanno lasciato le forze armate europee prive di autonomia logistica, di scorte adeguate e di catene di montaggio industriali veloci. Svuotando i propri arsenali nazionali per inviare sistemi d’arma a Kiev, i governi europei hanno condotto un vero e proprio disarmo dei propri Stati, rimanendo sguarniti senza aver sviluppato una reale capacità di rimpiazzo rapido. A differenza della Russia — che ha riconvertito la propria economia in una rigida e potente industria di guerra capace di produrre milioni di proiettili e droni all’anno — la NATO europea soffre di lentezze burocratiche, colli di bottiglia industriali e una palese impreparazione della società civile e militare ad affrontare uno scontro ad alta intensità. I governi e i vertici di Bruxelles si dimostrano del tutto refrattari di fronte a questi scenari di realtà. Continuano a promuovere un’escalation di dichiarazioni e forniture belliche priva di coperture materiali concrete, consegnando armi strategiche e lasciando i propri Paesi vulnerabili e privi di difese essenziali.

Le conseguenze economiche di questa impostazione si sono scaricate direttamente sui cittadini europei sotto forma di inflazione e crisi industriale. L’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e del petrolio ha trasformato le abitudini quotidiane e soffocato la competitività produttiva dell’Europa. In questa cornice si inserisce la vicenda del sabotaggio al gasdotto Nord Stream 2. L’attentato all’infrastruttura strategica nel Mar Baltico non ha ricevuto una forte e trasparente condanna ufficiale da parte delle istituzioni dell’Unione Europea, lasciando un’ombra di ambiguità sulle responsabilità operative. Tale interruzione forzata ha rescisso il legame con l’energia russa a basso costo e costretto i Paesi europei a dipendere massicciamente dall’importazione di Gas Naturale Liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti, acquistato a prezzi fino a tre o quattro volte superiori rispetto alle tariffe precedenti.

A completare questo quadro di pressione economica si aggiungono le serrate analisi critiche – sollevate con forza da voci come quella del giornalista Marco Travaglio – in merito ai vincoli di spesa militare imposti dall’Alleanza Atlantica. Le richieste di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL dei Paesi membri NATO vengono denunciate come un controsenso contabile e sociale. Sottrazione di risorse pubbliche, aumentare le uscite militari significa drenare decine di miliardi di euro all’anno da capitoli di spesa essenziali come la sanità pubblica, l’istruzione, le infrastrutture civili e la transizione ecologica. La logica per cui la sicurezza economica viene sacrificata in nome di obiettivi percentuali di bilancio favorisce primariamente le grandi aziende della difesa (in gran parte d’oltreoceano), condannando l’Europa a un impoverimento strutturale ed energetico.

L’analisi delle dinamiche correnti evidenzia d’altro canto le severe esternazioni di Vladimir Putin, che ha ribadito come un ipotetico scontro diretto con l’UE non verrebbe combattuto con le dinamiche d’attrito viste sul campo ucraino, ma rischierebbe di sfociare in una rapida e catastrofica escalation nucleare. Nel contempo, va registrato il ridimensionamento delle ambizioni iniziali di Mosca, la prospettiva di un rovesciamento totale delle istituzioni di Kiev ha ceduto il passo a ipotesi negoziali incentrate sul congelamento delle posizioni acquisite. Il piano di mediazione emerso con la presidenza di Donald Trump punta a fissare il fronte sui territori occupati (Donbass e parti di Kherson e Zaporizhia), prevedendo il ritiro dalle altre zone e l’impiego di risorse finanziarie russe congelate per la ricostruzione.

Un compromesso duro, ma mirato a porre fine alle ostilità. L’ostacolo principale ad una soluzione negoziata rimane legato ai precedenti diplomatici. Nel marzo 2022, durante i colloqui svoltisi ad Ankara e sfociati nei negoziati di Istanbul, le delegazioni di Mosca e Kiev giunsero a un passo dalla firma di un accordo di pace. L’intesa prevedeva la neutralità permanente dell’Ucraina (con la rinuncia all’ingresso nella NATO in cambio di garanzie di sicurezza internazionali) e il congelamento dello status della Crimea e del Donbass tramite futuri canali diplomatici. A riprova dell’avanzamento dei colloqui, le forze russe avevano già avviato il ritiro dal nord di Kiev.

Secondo quanto riferito da diversi retroscena diplomatici e da dichiarazioni di esponenti della stessa delegazione ucraina (come il capogruppo di Servitore del Popolo David Arakhamia), la visita a sorpresa dell’allora Primo Ministro britannico Boris Johnson a Kiev avrebbe giocato un ruolo chiave nel convincere la leadership ucraina ad abbandonare il tavolo.

Oggi la posizione del governo ucraino rimane fondata sul rigido rifiuto di qualsiasi cessione territoriale, ritenuta equivalente ad una resa. Tuttavia, la prosecuzione dei combattimenti ad oltranza evidenzia una profonda asimmetria, se la Russia è in grado di sostenere l’impatto di un lungo conflitto grazie alla propria struttura industriale e demografica, l’Ucraina rischia la paralisi di fronte ad eventuali rallentamenti nel flusso degli aiuti occidentali.

In questo scenario di stallo, l’eccessiva polarizzazione della leadership di Kiev sulla narrazione della vittoria a oltranza rende complesso l’avvio di un negoziato. Per favorire una soluzione diplomatica e tutelare il futuro dell’Ucraina, molti osservatori ritengono necessario un cambio di passo politico, ovvero l’affermazione di una leadership aperta al dialogo e sganciata dalle rigide promesse formulate nelle prime fasi del conflitto.

Sul fronte europeo, la mobilitazione di oltre 100 miliardi di euro a favore di un Paese non membro solleva interrogativi circa la tracciabilità delle risorse e dei materiali inviati. In un momento in cui le economie nazionali affrontano pressioni inflattive, crisi energetica e tagli ai servizi pubblici interni, la destinazione di ingenti risorse a favore di Kiev senza un dibattito parlamentare approfondito alimenta il malcontento dei contribuenti europei.

L’impatto economico delle sanzioni, il taglio dei rifornimenti energetici a basso costo e il sabotaggio del gasdotto Nord Stream hanno accelerato il malcontento all’interno dei Paesi membri, mettendo a nudo le debolezze strutturali della Germania. In questo clima di forte tensione si inseriscono recenti episodi di allarmismo mediatico e istituzionale, come le denunce sulle sospette presenze di droni nei pressi dell’aeroporto di Lipsia. Accuse ed allarmi lanciati spesso prima dell’esito di indagini trasparenti o prove inconfutabili, che rischiano di alimentare un perenne clima di psico-dramma e sospetto bellico per giustificare il continuo riarmo. Un atteggiamento che riapre interrogativi sul ruolo storico della Germania. Un atteggiamento che riapre interrogativi sulle scelte di politica industriale ed estera di Berlino. Molti osservatori mettono in guardia dal rischio che le attuali linee di riarmo e gestione della crisi economica finiscano per accentuare squilibri strutturali all’interno dell’Unione continentale.

Il malcontento sociale derivante da queste scelte ha trovato valvola di sfogo nell’avanzata della destra radicale di Alternative für Deutschland (AfD). I successi elettorali registrati da esponenti come Ulrich Siegmund testimoniano il netto rifiuto di un’ampia fascia di elettorato verso le politiche d’ingaggio militare, il carovita e il continuo invio di risorse all’estero.

La trasformazione dell’Unione Europea in una cassa di risonanza delle logiche di riarmo ha esposto il continente a una duplice vulnerabilità, l’instabilità del proprio tessuto economico e industriale da un lato, e l’amplificazione del dissenso politico interno dall’altro. Così come a Kiev occorre una nuova guida per avviare il dialogo, anche a Bruxelles il bilancio delle scelte strategiche adottate appare fortemente critico. Un profondo avvicendamento ai vertici della Commissione e delle istituzioni europee rappresenterebbe l’atto di responsabilità necessario per prendere le distanze da una strategia d’appiattimento guidata da logiche bellicistiche che ha impoverito l’Europa, prosciugato le proprie difese nazionali e prolungato il conflitto.

Nel saggio “La cultura dell’abuso” dell’autore e sociologo Mario A. Mochi, emerge una metafora illuminante sulla percezione umana della colpa e della compassione: “Schiacciare uno scarafaggio è considerato un atto d’igiene o persino di piccolo eroismo domestico; uccidere una farfalla è percepito come un abominio, una gratuita crudeltà. Eppure, dal punto di vista biologico ed esistenziale, entrambi sono semplicemente esseri viventi che cercano di sopravvivere.”

Questa profonda distorsione rivela quanto la nostra morale sia condizionata dall’estetica. Applichiamo un doppio standard etico non in base alla sostanza o alla giustizia intrinseca delle cose, ma in base a come esse ci vengono presentate, a quanto appaiono gradevoli, rassicuranti o conformi al racconto dominante. Lo stesso inganno estetico viene oggi applicato alla geopolitica e alla guerra. La retorica delle classi dirigenti occidentali ha costruito una narrazione patinata, in cui la propaganda e l’escalation militare vengono dipinte con i colori nobili della “difesa della civiltà”, mentre le conseguenze reali — le pesanti perdite umane al fronte, il depauperamento delle nazioni e la distruzione del tessuto sociale — vengono celate dall’attenzione pubblica.

In fondo, la storia insegna una verità elementare che i nostri governanti fingono di ignorare, ogni guerra, inevitabilmente, si chiude con dei compromessi e delle concessioni territoriali o politiche da una parte o dall’altra. La “pace giusta”, intesa come totale e geometrica restituzione dello status quo ante attraverso le armi, purtroppo non esiste e non è mai esistita nei conflitti della storia umana. A rimettere le penne in questa folle corsa sono sempre gli stessi, l’Unione Europea, che continua a inseguire chimere geopolitiche e sanzioni boomerang impoverendo le proprie nazioni e soprattutto il popolo ucraino, ormai stremato, decimato e affamato. È fin troppo facile predicare la guerra ad oltranza dai salotti dorati di Bruxelles o dalle cancellerie del continente, non sono certo i politici europei, né le loro famiglie, a finire sotto le bombe, a subire i razionamenti o a versare sangue al fronte. Per loro la guerra è un comodo esercizio retorico, per i cittadini è solo infelicità, distruzione e rovina. Realtà, serve realtà!

Chiunque provi a spezzare la narrazione dominante viene bollato come un traditore o un disertore morale. La diplomazia è stata trasformata in un tabù, mentre l’unica “virtù” consentita è la fedeltà cieca alla catastrofe. Ma quando la morale si riduce a pura estetica e la politica perde ogni senso di responsabilità verso la vita dei cittadini, la ricerca della pace smette di essere una semplice opzione diplomatica, diventa l’unico atto di vera resistenza concettuale e umana rimasto.

In conclusione, senza mai dimenticare la distinzione fondamentale tra chi subisce l’invasione e chi la compie, è doveroso ribadire la condanna ferma e senza appello di ogni forma di aggressione armata, dell’invasione russa e delle inaccettabili atrocità commesse contro la popolazione civile ucraina. Tuttavia, un’analisi geopolitica onesta non può eludere la complessità delle concause che hanno infiammato il quadrante europeo, da un lato la tragica realtà di uno Stato sovrano aggredito e occupato, dall’altro le dinamiche di uno Stato provocatore e le gravi miopie strategiche, passate e presenti, alimentate anche da chi ha favorito l’escalation anziché la diplomazia. La guerra, in tutte le sue forme e da qualsiasi parte la si guardi, produce solo morte, impoverimento e distruzione, e deve essere pertanto radicalmente condannata da tutte le parti in causa. Senza una radicale rifondazione dei vertici politici sia in Ucraina che nell’Unione Europea e senza un rapido ritorno al realismo negoziale, il continente rischia di rimanere vittima passiva di decisioni maturate altrove, continuando a pagare il prezzo sociale ed economico più alto di un conflitto che va fermato prima che sia troppo tardi.

«O Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è odio, ch’io porti l’amore; dove è offesa, ch’io porti il perdono; dove è discordia, ch’io porti l’unione; dove è errore, ch’io porti la verità; dove è disperazione, ch’io porti la speranza; dove è tristezza, ch’io porti la gioia»

Arrivati a questo snodo critico, il richiamo ai principi supremi della Costituzione della Repubblica Italiana non è solo un atto formale, ma un imperativo etico e politico inderogabile. L’articolo 11 della nostra Carta costituzionale stabilisce in modo inequivocabile che l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Di fronte alla deriva di un’Europa subalterna alle strategie belliche e ai diktat di apparati non eletti, la classe dirigente italiana ha il dovere primario e costituzionale di difendere l’interesse nazionale e la sicurezza dei propri cittadini. La tutela del popolo italiano, della sua economia e della sua pace sociale deve tornare a essere la bussola esclusiva di chi governa, anteponendo il benessere della collettività a qualsiasi logica di allineamento acritico o a pressioni sovranazionali che sacrificano il futuro del Paese sull’altare di una permanente e rovinosa economia di guerra.

Per approfondire direttamente le posizioni e le analisi critiche sull’impatto economico del riarmo, sulle spese NATO e sui tagli ai servizi pubblici, puoi guardare l’intervento di Marco Travaglio sul riarmo e la spesa militare, oppure, https://youtu.be/j634N6c5NvE?is=XUeq4xI9xb0GJA8A

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