“Tra le pieghe dell’anima”
Il coraggio di essere sé stessi e il valore universale della persona nel romanzo di Margherita Pedone
Venerdì 19 giugno, la suggestiva cornice di Palazzo Cozzolongo ha ospitato un appuntamento letterario d’eccezione. L’incontro, aperto con i saluti istituzionali del Presidente Onorario dell’Associazione Cultura&Armonia, Dott. Emanuele Ventura, dedicato alla presentazione del romanzo autobiografico “Tra le pieghe dell’anima” di Margherita Pedone, non è stato solo un viaggio letterario, ma un potente manifesto sull’autenticità. Guidato dai moderatori, la Prof.ssa Rosanna Palmisano e Francesco D’Addabbo, l’evento ha acceso i riflettori sul coraggio inestimabile di spogliarsi delle maschere per rivendicare il proprio valore.
Come sottolineato in apertura dalla Prof.ssa Rosanna Palmisano, il libro invita a un’intensa “analisi introspettiva”, elogiando l’autrice come “una donna che ha messo a nudo la propria anima”. Il dialogo ha subito affrontato le sfide giovanili di Margherita negli anni ’60 e ’70, un’epoca segnata da forti disparità. Sollecitata dalla moderatrice, l’autrice ha raccontato i continui conflitti con un padre autoritario, definito il “signor no”, espressione di una cultura provinciale che riservava esclusivamente ai figli maschi il privilegio dello studio e dell’affermazione professionale.
Eppure, quella di Margherita è stata la ribellione viscerale di una donna determinata a difendere il coraggio di essere sé stessa. Per non dipendere dal padre e affermare la propria libertà, ha rinunciato alla facoltà di giurisprudenza iscrivendosi a materie letterarie (per potersi mantenere con le fotocopie delle dispense), ha conseguito la patente frequentando la scuola guida di nascosto per due anni, e ha rifiutato in maniera netta di prendere le redini dell’impresa di famiglia.
La Prof.ssa Palmisano ha poi guidato il pubblico attraverso le successive tappe della vita dell’autrice. Anche in un ambiente lavorativo opprimente e inquinato da abusi di potere, Margherita ha scelto, come ricordato dalla moderatrice, di “rimanere autentica, senza schemi”, rispondendo alle ingiustizie con un silenzio dignitoso e un’inattaccabile competenza professionale.
Sullo sfondo di queste battaglie per l’indipendenza, spicca la storia d’amore epistolare con Francesco: un legame tenuto in vita a distanza per otto lunghi anni grazie al potere della “parola scritta su carta bianca ed inchiostro blu”. Un amore che ha dovuto affrontare la prova più estrema: la tragica perdita della figlia primogenita. La moderatrice ha descritto questo dramma come “una voragine” spalancata all’improvviso, che ha sprofondato la famiglia in un gelo di silenzi. Eppure, attraverso la forza del marito e l’inesauribile amore per la vita, quel dolore sordo è stato trasfigurato in luce, in un processo che l’autrice ha paragonato al capolavoro di perfezione generato da un’ostrica ferita.
Un contributo critico e profondo è arrivato dall’altro moderatore, Francesco D’Addabbo, che ha elogiato la straordinaria capacità dell’autrice di uscire dalla propria “zona di comfort”. D’Addabbo ha lanciato una provocazione al pubblico: “Sfido ognuno di noi a denudarsi intimamente, perché significa far vedere a tutti fino in fondo la nostra vera essenza… siccome viviamo in una società dove le maschere fanno comodo”. Ha inoltre evidenziato il “linguaggio disarmato” dell’opera: una narrazione che, perfino davanti alle ingiustizie o ai lutti più devastanti, non cede mai all’imprecazione, dimostrando una statura morale superiore.
Rispondendo a questa riflessione, Margherita ha ribadito una potente verità: per splendere non servono “scarpe sgargianti ma strette” che ci fanno soffrire. Bisogna avere la libertà di camminare con i propri piedi, “perché noi siamo autentici, non siamo fotocopie di noi stessi… dobbiamo avere il coraggio di esprimerci per quello che siamo”.
Ed è proprio qui che la storia individuale di emancipazione femminile si innalza, trasformandosi in un messaggio universale: la valorizzazione della persona in quanto tale, sia essa uomo o donna. Il coraggio di una ragazza che lottava per studiare diventa un monito per ogni essere umano a rifiutare la “cultura dell’apparenza” e a riconoscere la sacralità della propria identità. Un concetto sintetizzato da Francesco D’Addabbo in chiusura di serata: “Ognuno di noi è un valore per l’altro. Perciò dobbiamo agire in modo che in ogni persona che ci sfiori e ci passi accanto resti sempre un segno della nostra coerenza, della nostra essenza e dei colori della nostra anima. Con i nostri colori possiamo dare luce alla vita”.
L’autrice lancia un messaggio arrivato dritto al cuore dei presenti, a dimostrazione che, come commentato in sala, in ogni pagina e in ogni riga di questo intimo racconto «possiamo ritrovare anche qualcuno di noi»
Maria Pia Iurlaro

