Arte e Devozione a Sant’Oronzo Vescovo
Giuseppe Palmisano, contadino, potatore e scultore di Turi
di Stefano de Carolis
Il Comune di Turi, importante centro agricolo del sud-est barese, ha annoverato per secoli tra i propri avi la figura del potatore e innestatore, un’antica e preziosa specializzazione agricola tramandata di padre in figlio.
Tra questi nostri concittadini spicca Giuseppe Palmisano (1846-1923), esperto potatore ma anche raffinato autodidatta dell’arte scultorea. La sua produzione fu interamente dedicata alla devozione verso Sant’Oronzo Vescovo e Protomartire di Lecce, patrono al quale consacrò il proprio talento artistico.

Nel corso della sua vita realizzò numerose immagini del Santo per proteggere la famiglia e benedire i terreni di sua proprietà, edificando edicole votive e scolpendo bassorilievi collocati lungo i confini delle campagne.

In contrada Matinelle, all’ingresso di un trullo in pietra, pose un bassorilievo raffigurante Sant’Oronzo. Un’altra edicola votiva, ancora oggi esistente, fu costruita in pietra a secco in via Noci, nella contrada Sant’Oronzo, nei pressi di contrada Pagliai Vecchi. All’interno della nicchia è custodito un bassorilievo in pietra con l’effigie del Santo e la facciata della chiesa di Sant’Oronzo, accompagnati dall’iscrizione: “Giuseppe Palmisano feci il 29 gennaio 1901, S. Oronzo – Turi”.



L’opera più significativa della sua produzione artistica e religiosa resta l’edicola votiva collocata sul portoncino d’ingresso della sua abitazione in via Massari n. 15.
Salendo la scala interna dell’edificio, una nicchia conserva inoltre una scultura policroma in pietra raffigurante la decollazione di Sant’Oronzo.



(Proprietà della fam. Di Pirchio Paolo)
Un ulteriore bassorilievo, anch’esso dipinto, è oggi custodito nella sala consiliare del Comune di Turi. L’opera reca l’iscrizione: “Sant’Oronzo A.D. 1915 – Giuseppe Palmisano”. Nell’angolo superiore sinistro compare la parola “Pace“, probabilmente un riferimento all’inizio della Prima guerra mondiale e all’auspicio di una rapida conclusione del conflitto.

Giuseppe Palmisano sposò Marianna Martinelli (1853-1923), dalla quale ebbe undici figli. Tra essi vi era la madre del compianto don Giovanni Cipriani.
Nel 1901, mosso dalla profonda fede e devozione, decise di recarsi in pellegrinaggio al Santuario di Sant’Oronzo fuori le mura a Lecce, luogo del martirio del protovescovo dove è custodita la scultura della testa del Santo Patrono. Per arrivare nel capoluogo salentino, Palmisano prese un treno dalla stazione di Polignano a Mare, che raggiunse a bordo di un traino guidato dal figlio Giovanni, raccomandandogli di non rivelare il viaggio a nessuno, soprattutto alla madre.
Dopo due giorni fece ritorno a Turi, profondamente affascinato e illuminato dall’esperienza vissuta. Il carpentiere Luigi Leogrande gli donò un blocco di legno di noce che Palmisano iniziò immediatamente a scolpire, dando vita alla sua opera più preziosa: la Decollazione di Sant’Oronzo. Dopo due anni di paziente lavoro, l’opera fu benedetta e portata in processione il 18 ottobre 1903. La tradizione racconta che, durante quella circostanza, una donna venne miracolata per intercessione del Santo.
Sulla scultura compare la significativa iscrizione: “Decapitazione del glorioso Sant’Oronzo vescovo e martire, scolpita a fervorosa devozione ed eterna riconoscenza. A.D. 1903”.


In un altro podere di sua proprietà, in contrada Serrone lungo la via per Monopoli, Palmisano realizzò un ulteriore bassorilievo dedicato a Sant’Oronzo, oggi purtroppo scomparso. A tal proposito il compianto don Vito Ingellis, in un articolo pubblicato nel 1973 su “Turi – Chiesa Madre”, riportò una testimonianza raccolta direttamente: «Agli inizi del secolo un ragazzo scagliò una pietra contro l’immagine di Sant’Oronzo scolpita da Palmisano in una nicchia in campagna, e questi fracassò la mano del Santo. La sera quando i contadini passarono e videro lo sfregio mandarono sentenze al sacrilego. Nella successiva festa di Sant’Oronzo quel ragazzo raccolse una bomba carta inesplosa e questa gli scoppiò in mano, facendogli perdere tre dita della mano. Ora quella immagine non è più nella nicchia. È stata rubata».

(Prop. Tateo rosa Rita, “Dimora Mazzaro”)
Nel 1897 Palmisano scolpì anche il corpo della grande statua lignea di Sant’Oronzo, utilizzando un tronco di noce. Sul retro dell’opera sono ancora leggibili il suo nome e l’anno di realizzazione.
Pur non avendo ricevuto una formazione accademica, Giuseppe Palmisano dimostrò una notevole abilità anche nella lavorazione della cera, con la quale modellava statuine da presepe, Bambinelli e piccole immagini di Sant’Oronzo, custodite con cura sotto le tradizionali campane di vetro.
La sua precoce inclinazione artistica emerse già nell’infanzia: nel 1852, quando aveva appena sei anni, costruì un carro di Sant’Oronzo in miniatura.
Nel 1914, durante l’amministrazione del sindaco Giovanni Cozzolongo, donò al Comune di Turi un prezioso presepe meccanico, dotato di un ingegnoso sistema che animava il movimento delle statuine.
Tutte le sue creazioni furono donate ai figli e ai nipoti affinché, insieme alle opere, si trasmettesse anche la profonda devozione verso il Santo Patrono. E fu proprio questa intensa religiosità che lo portò dapprima a entrare nella Congrega di Sant’Oronzo come confratello e, successivamente, a ricoprire la carica di priore.
Giuseppe Palmisano morì a Turi il 22 febbraio 1923. Il giorno delle esequie si verificò un acceso diverbio tra i familiari e i confratelli della Congrega: entrambi rivendicavano l’onore di portare in spalla il feretro. Solo il tempestivo e autorevole intervento del sacerdote Mongelli riuscì a riportare la serenità, consentendo lo svolgimento del rito funebre.






A destra – Giuseppe Palmisano, Sant’Oronzo plasmato in cera (proprietà Nannino Palmisano)

ph Archivio de Carolis

