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Il risveglio di un capolavoro

San Giacomo Maggiore e la rinascita lignea a Turi

L’atmosfera, in occasione dello svelamento del restaurato San Giacomo Maggiore, ha trasceso la semplice cerimonia istituzionale per farsi rito collettivo. La comunità ha vissuto un momento di profonda restituzione identitaria, quasi a voler confermare l’intuizione di Michelangelo: «Vidi un angelo nel marmo e scolpii fino a liberarlo». Nel caso del San Giacomo, l’opera non è stata liberata dalla pietra, ma dall’oblio e dalle stratificazioni del tempo, grazie a un impegno corale che ha visto convergere rigore scientifico e passione civile. Il successo di questa operazione di recupero è il frutto di una sinergia tra figure d’eccellenza che hanno agito come custodi della memoria:

Don Luciano Rotolo, Arciprete di Turi, promotore instancabile della valorizzazione dello “scrigno d’oro” della Chiesa Madre.
Francesca Paulillo, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bari, che ha sottolineato il restauro come atto di responsabilità collettiva.
Federica Testa, funzionaria della Soprintendenza e storica dell’arte, la cui “tenacia filologica” ha guidato l’indagine sulle origini del manufatto.
Valentina Gaudio, restauratrice della Soprintendenza, impegnata nella direzione tecnica e nella valutazione delle finiture.
Luca Filoni, della Soprintendenza, partecipe della delegazione di tutela e alta sorveglianza.
Fabrizio Piccini, tecnico del restauro e promotore culturale, che ha collaborato attivamente alle fasi operative del cantiere. Questa coralità non ha solo restituito un oggetto estetico, ma ha riacceso una luce su un passato

La statua di San Giacomo non è un elemento isolato, ma il fulcro di un complesso palinsesto storico. Essa è parte di una “macchina” d’altare settecentesca (datata 1747) che testimonia la stratificazione estetica della Chiesa Madre: un armonioso assemblaggio dove il San Giacomo ligneo convive con un San Lorenzo in pietra e una statua dell’Immacolata. La sua origine risale al “Secolo d’Oro” napoletano, grazie alla figura di Giovanni Maria Sabino. Celebre compositore, organista e fondatore della scuola musicale napoletana, Sabino agì come un vero “ponte culturale” tra la capitale del Regno e la sua Turi natale, donando l’opera per il beneficio di famiglia. Per la realizzazione, Sabino si rivolse ad Aniello Stellato, scultore di altissimo profilo, particolarmente apprezzato dagli ordini dei Gesuiti e dei Teatini per il suo rigore tecnico e la sua capacità espressiva.

Il prestigio di Stellato si riflette nella potenza plastica dell’opera, capace di tradurre nel legno la nobiltà di un’epoca che vedeva nel manufatto artistico un riflesso della gloria divina e familiare.

Dal punto di vista teologico e stilistico, il San Giacomo di Stellato incarna perfettamente la scelta della Chiesa d’Occidente di privilegiare la tridimensionalità. Mentre l’Oriente ortodosso eleva l’icona bidimensionale a “finestra sul cielo” per sottolineare la trascendenza, la scultura occidentale sceglie la fisicità per esaltare l’immanenza e l’Incarnazione: Dio che si fa uomo e si rende tangibile nel tempo.

L’intervento curato da Rosanna Guglielmo ha dovuto affrontare una “fragilità materiale” estrema. Il legno, devastato dall’azione dei tarli, risultava quasi cavo in alcuni punti, rendendo necessari consolidamenti strutturali profondi con iniezioni di resine e stucco epossidico bicomponente. La vera sfida, tuttavia, è stata la rimozione dello sporco accumulato, che occultava una policromia di rara raffinatezza I restauratori, di concerto con la Soprintendenza, hanno adottato un approccio di integrazione pittorica sottotono. Questa scelta etica garantisce la leggibilità cromatica dell’opera senza cancellare i segni del tempo, restituendo la brillantezza perduta senza scivolare nel rifacimento arbitrario. Tale miracolo tecnico è stato reso possibile solo da una moderna visione di mecenatismo civico.

Il restauro del San Giacomo è la punta di diamante del progetto “Luce sugli Altari”, sostenuto dall’Associazione Cultura&Armonia con il dott. Emanuele Ventura e dalla Willy Green Technology di Giovanna Giannandrea. In questa iniziativa, l’impresa non persegue il mero profitto, ma applica i principi della dottrina sociale cristiana, trasformando i proventi in “ritorno sociale” per la comunità. Il progetto si articola su 3 pilastri etici:

• Tutela : L’azione diretta sulla materia per salvare capolavori che, a causa della loro fragilità (come il legno seicentesco), rischierebbero di scomparire.
• Identità : La valorizzazione della Chiesa Madre come scrigno della storia locale, dove ogni altare restaurato rappresenta un frammento di memoria collettiva recuperata.
• Futuro : Un impegno che assume i contorni di un “atto testamentario”. Come sottolineato da Ventura citando il dialogo con la propria figlia, il mecenatismo è un atto di fedeltà verso il passato e una promessa solenne verso le generazioni future, affinché ricevano un patrimonio più splendente di come ci è stato consegnato. Il restauro di San Giacomo Maggiore non è dunque solo la cura di un antico intaglio ligneo; è un gesto di coesione sociale che riaccende la luce culturale di Turi, trasformando l’arte in un linguaggio vivo capace di parlare al cuore di chi, oggi e domani, sceglierà di fermarsi davanti a questa bellezza con occhi nuovi.

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